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Tromelin, sopravvivere all'oblio

Tromelin, sopravvivere all'oblio

Nel 1722 la nave Diane</i> scopre un’isola deserta nel cuore dell’Oceano Indiano, la battezza «Ile de sable» e prosegue la sua rotta. Quarant’anni dopo il mare vi scarica una nave e il suo carico di vite umane. Il naufragio della Utile</i>, una nave francese della Compagnia delle Indie carica di schiavi malgasci, pone fine al viaggio e sigilla il destino degli uomini. L’equipaggio riesce a lasciare l’isola, abbandonando gli schiavi che aspetteranno i soccorsi promessi per quindici anni.

Una storia di abbandono e di oblio che tuttavia finirà per riemergere.

Illustrazione: Anonyme, Plan de l’isle de Sable, XVIIIe siècle, Division 7 du portefeuille 222 du Service hydrographique de la marine consacrée à l'île Tromelin et à l'archipel d'Agalega
© Source gallica.bnf.fr / BnF

Uno sguardo incrociato

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Illustrazione (sinistra) : Max Guérout, initiateur et co-directeur des fouilles archéologiques à Tromelin
© (sinistra)Max Guérout
Illustrazione (a destra) : Détail de la carte sur laquelle l’île de Sable, ici nommée « Islot de Sable », est représentée pour la première fois. On relève cependant une erreur concernant la date de découverte, qui est 1722 et non pas 1723
© (a destra) Source gallica.bnf.fr / BnF

I - Gli albori della storia

Racconto di un tragico naufragio nel XVII secolo

I - Gli albori della storia

Racconto di un tragico naufragio nel XVII secolo

Nel 1760, il capitano Jean Lafargue salpò alla volta dell’Île de France (l’odierna Mauritius) a bordo della Utile</i>. Inizia così una traversata perversa, segnata dai pericoli e dalle incognite della navigazione, durante la quale alcuni perderanno la vita.              

Illustrazione: Localisation de l’île Tromelin dans l’océan Indien
© Vallet Maëva, Inrap

Il primo getto di ancora

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Il 17 novembre 1760, la nave Utile</i> salpò da Bayonne alla volta delle Mascarene. Raggiunse l’Île de France il 12 aprile 1761, dopo una traversata di 147 giorni. La nave viene poi inviata in Madagascar, dove getta l'ancora a Foulpointe per caricare viveri: riso e carne di manzo. Tuttavia, il capitano Jean Lafargue decide, contrariamente agli ordini ricevuti, di acquistare clandestinamente 160 schiavi malgasci.                

Illustration: Première page du récit de Dubuisson de Kéraudic, l’écrivain de bord
© SHD Marine (Lorient)

Una mappa imprecisa

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Per il viaggio di ritorno verso le Mascarene, Jean Lafargue decise di fare una deviazione verso l'isola di Rodrigues per sbarcarvi gli schiavi. Tuttavia, il pilota si basò su una carta imprecisa in cui l'isola di Sable era indicata in una posizione errata. Durante la notte, l'isola viene avvistata troppo tardi per correggere la rotta.Il naufragio avvenne il 31 luglio 1761, intorno alle 22:30, quando la Utile</i> urta la barriera corallina che la circonda. Nonostante diversi tentativi di rimetterla a galla, la flotta si disgrega, costringendo l'equipaggio ad abbandonarla d'urgenza.                

Illustration: Jacques-Raymond de Grenier, carte réduite de l'Archipel de l'inde contenant la partie de Madagascar, XVIIIe siècle, Division 3 du portefeuille 214 du Service hydrographique de la marine
© Source gallica.bnf.fr / BnF

Il naufragio inevitabile

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Diciotto marinai annegarono, insieme a circa 70 schiavi intrappolati nelle stive, le cui porte erano state inchiodate. I sopravvissuti riuscirono a raggiungere a nuoto la riva, poco prima che la nave affondasse definitivamente. Decidono quindi di costruire un'imbarcazione di fortuna con i detriti della Utile</i>. L'equipaggio riesce così a tornare in Madagascar due mesi dopo, promettendo di tornare a recuperare gli schiavi abbandonati sul posto. Tuttavia, solo quindici anni dopo una nave riuscirà a soccorrere gli ultimi sopravvissuti.  L’isola rimarrà segnata da questa tragica storia.              

Illustration: Vue des canons et de l’ancre échoués sur la plage de Tromelin
© GRAN

II - L'archeologia

Quando la Terra parla dei dimenticati

II - L'archeologia

Quando la Terra parla dei dimenticati

La storia della nave e del suo equipaggio è relativamente ben nota grazie agli archivi. Al contrario, la sorte dei malgasci abbandonati sull’isola di Sable rimane in gran parte sconosciuta. Alcune lettere accennano brevemente alle loro condizioni di vita, ma non sono sufficienti a ricostruirne appieno la realtà.
Al fine di colmare queste lacune, è stato avviato un programma di scavi archeologici, sia terrestri che subacquei.              

Illustrazione: Coquille de triton utilisée comme louche, découverte au sommet d’une pile de récipients en cuivre dans la cuisine
© Jean-François Rebeyrotte, GRAN

Gli scavi archeologici

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Quattro missioni archeologiche, svoltesi tra il 2006 e il 2013, si sono susseguite su questa piccola isola di difficile accesso, deserta e isolata. Sono state dirette da Max Guérout del Groupe de Recherche en Archéologie Navale (GRAN) e Thomas Romon dell’Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (INRAP).  
Si sono concentrate sull’esplorazione dei resti del relitto dell’ Utile</i> e delle strutture sepolte sotto la sabbia. Gli archeologi hanno quindi scoperto utensili, ossa di animali e resti architettonici, che hanno confermato lo stile di vita organizzato instauratosi sull’ isola.

Illustrazione (sinistra) : Scène de fouille à Tromelin
© (sinistra)Plongeur sous-marin faisant des relevés
Illustrazione (a destra) : Jean-François Rebeyrotte, GRAN
© (a destra) Jacques Morin, GRAN ou C. d’Andrea

Risorse faunistiche

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Per sopravvivere dopo aver esaurito le provviste della nave, i naufraghi dovettero attingere a una fauna e una flora tanto rare quanto difficili da sfruttare, soprattutto a causa delle condizioni meteorologiche. Gli scavi archeologici rivelano un'alimentazione composta principalmente da tartarughe verdi, sterne fuligginose e probabilmente dalle loro uova.

Illustrazione (sinistra) : Tortue regagnant la mer
© (sinistra)Max Guérout, GRAN
Illustrazione (a destra) : Sterne fuligineuse
© (a destra) Drew Avery, commons wikipédia

Un utilizzo ottimizzato

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Di quegli animali non restava nulla. Ogni parte veniva utilizzata: le piume servivano a confezionare indumenti, la carne a sfamare i sopravvissuti, le ossa venivano trasformate in utensili e i carapaci in recipienti.

Illustration: Humérus de sterne. Les flèches montrent des traces de brûlure sur les extrémités indiquant que les ailes ont été brisées avant que l'oiseau ne soit rôti à la flamme
© Véronique Laroulandie

Guscio di tartaruga

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Guscio di tartaruga utilizzato come recipiente o come tegola per l'allestimento degli alloggi. Il suo riutilizzo dimostra la capacità dei naufraghi di sfruttare le risorse naturali dell'ambiente circostante per migliorare le proprie condizioni di vita.

Illustration: Carapace de tortue en 3D
© Inrap

Pesca e raccolta

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Potevano inoltre contare sulle poche piante sparse sull'isola, nonché sul risultato incerto della pesca, riuscendo così, come e quando possibile, a provvedere al proprio sostentamento quotidiano.

Illustration: Pointe de Lance
© Inrap

Arpione da pesca

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Arpione utilizzato dai naufraghi durante la loro permanenza forzata sull'isola. Impiegato per la pesca e la cattura di animali marini, testimonia i mezzi messi in atto per garantire la loro sopravvivenza in un ambiente isolato.

Illustration: Harpon en 3D
© Inrap

Ricicli ingegnosi

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A queste risorse provenienti dalla fauna e dalla flora si aggiungevano quelle ricavate dal relitto della nave: oggetti riutilizzati, altri destituiti dalla loro funzione originaria, oppure modellati a partire da frammenti di piombo e rame come cucchiai, recipienti e altri utensili.

Illustrazione (sinistra) : Devant de la cuillère
© (sinistra)Inrap
Illustrazione (a destra) : Arrière de la cuillère
© (a destra) Inrap

Contenitore

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Realizzato con metallo recuperato dal relitto della nave, questo recipiente era utilizzato dai naufraghi per le necessità domestiche. La sua realizzazione testimonia il riutilizzo sistematico dei materiali disponibili e l'inventiva dimostrata per far fronte alle difficoltà della vita in isolamento.

Illustration: Récipient en 3D
© Inrap

Un set di gioielli

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Oltre a questi oggetti essenziali per la sopravvivenza, altri reperti testimoniano una organizzazione più articolata della vita quotidiana. Gli scavi archeologici hanno in particolare portato alla luce punte di pettini in rame intagliato per pettinarsi e collane per adornarsi, suggerendo un'attenzione alla cura del corpo e all'aspetto. In totale, il corredo archeologico portato alla luce sull’isola raccoglie circa 1.600 pezzi, altrettante tracce materiali di un adattamento ingegnoso a un ambiente estremo.              

Illustrazione (sinistra) : Pointes démêloirs
© (sinistra)Jacques Kuyten, TAAF, DACOI
Illustrazione (a destra) : Pointes démêloirs
© (a destra) Inrap

Collana

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Collana decorativa realizzata con materiali reperiti in loco. Questo oggetto mette in luce l'importanza attribuita alla decorazione e all'espressione dell'identità individuale, anche in un contesto caratterizzato dalla lotta per la sopravvivenza e dall'isolamento.

Illustration: Collier en 3D

L'acqua

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Tuttavia, l’elemento più vitale e più difficile da trovare sull’ isola rimase l’acqua potabile. Fu proprio questa scoperta dei primi giorni a permettere loro di sopravvivere così a lungo sull’isola. Per accedervi, i naufraghi dovettero scavare un pozzo profondo quasi cinque metri, per raggiungere l'acqua filtrata dal corallo e quindi potabile.

C- Primo pozzo 
D- Secondo pozzo  

Illustrazione (sinistra) : Plan de l'isle de Sable, 1761
© (sinistra)Source gallica.bnf.fr / BnF
Illustrazione (a destra) : Détail du plan de l'isle de Sable, 1761
© (a destra) Source gallica.bnf.fr / BnF

Il fuoco

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Tra i quattro elementi, il fuoco è quello che seppero padroneggiare meglio. Un primo fuoco fu acceso per alimentare la fucina e il forno, al fine di costruire una barca e cuocere il biscotto in vista del ritorno dei marinai verso l’isola del Madagascar. I malgasci riuscirono poi a mantenerlo acceso fino al salvataggio, grazie a acciarini in acciaio e alla legna proveniente dalla nave. Gli archeologi hanno scoperto due focolari: uno, situato all'interno di un edificio e circondato da utensili; l'altro appoggiato su un treppiede.

Illustrazione (sinistra) : Bâtiment interprété comme étant la cuisine
© (sinistra)Jean-François Rebeyrotte, GRAN
Illustrazione (a destra) : Foyer intérieur
© (a destra) Thomas Romon, Inrap

I diversi habitat dell'isola

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Dopo essersi inizialmente riparati con le vele dell’Utile, i naufraghi furono ben presto costretti, a causa delle tempeste tropicali, a costruire rifugi solidi, in grado di proteggerli dai venti violenti e di preservare il fuoco indispensabile alla loro sopravvivenza, dopo la partenza dei francesi. Per costruire queste abitazioni, iniziarono a utilizzare blocchi di corallo e arenaria da spiaggia trovati in riva al mare. Ciò permise di erigere rifugi stretti, circondati da spesse mura.

Illustrazione (sinistra) : Détails de construction des abris
© (sinistra)Jean-François Rebeyrotte, GRAN
Illustrazione (a destra) : Détails de construction des abris
© (a destra) Jean-François Rebeyrotte, GRAN

Condizioni di ricerca difficili

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Non sussiste tuttavia alcuna testimonianza riguardo alla copertura di queste abitazioni. Una parte dei materiali è stata infatti riutilizzata per la costruzione di una stazione meteorologica eretta nel 1954 nella zona nord-occidentale dell’isola, proprio sul sito delle costruzioni dei naufraghi, allora in gran parte ricoperte dalla sabbia, cancellando così parte delle tracce originali. Tutte queste difficoltà hanno dovuto essere prese in considerazione durante le diverse campagne di scavi archeologici, che hanno cercato di ricostruire, nonostante queste lacune, le condizioni di vita dei naufraghi.

Illustration: Vue aérienne de la partie nord de l'île et de la station météo. Le lieu du naufrage se situe en bas à droite
© Benoît Gysembergh, TAAF 

III - Il salvataggio dei naufraghi

Un barlume di speranza sull'isola

III - Il salvataggio dei naufraghi

Un barlume di speranza sull'isola

Fu solo nel 1772, ovvero undici anni dopo il naufragio, che la Compagnia delle Indie Orientali decise di prendere in considerazione il racconto del capitano Castellan du Vernet, il secondo ufficiale della Utile</i>, che aveva segnalato la presenza di schiavi abbandonati sull’isola di Sable. Bisognerà attendere il 1775 perché le prime spedizioni di soccorso fossero finalmente organizzate verso l’isola. Tutte si conclusero tuttavia con un fallimento, una di esse lasciando addirittura, in modo tragico, un marinaio abbandonato senza possibilità di ritorno.

Illustrazione: Plan de l'isle de Sable sur laquelle la flute l'Utile a fait naufrage le 31e juillet 1761, 1761, Division 7 du portefeuille 222 du Service hydrographique de la marine consacrée à l'île Tromelin et à l'archipel d'Agalega
© Source gallica.bnf.fr / BnF

Rinasce la speranza

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Da parte loro, alimentando un barlume di speranza, alcuni schiavi si mettono a costruire una zattera per raggiungere il Madagascar. Così, nel luglio del 1776, un marinaio, tre donne e gli ultimi tre uomini rimasti sull’isola salparono. Il loro tentativo rimase vano: non raggiunsero mai la terraferma, scomparendo a loro volta nell’immensità dell’oceano.

Illustration: L'île Tromelin aujourd'hui
© TAAF / Benoit Gysembergh, TAAF

Un salvataggio inaspettato

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Nel novembre del 1776, quattro mesi dopo l'ultimo tentativo fallito di salvataggio da parte della Compagnia delle Indie, il guardiamarina Jacques Marie Boudin de la Nuguy de Tromelin, al comando della corvetta della Marina Reale La Dauphine, intraprese a sua volta una missione di soccorso. Raggiunge l’isola il 28 novembre e vi trova solo otto sopravvissuti: sette donne e un neonato di otto mesi. Il giorno seguente, 29 novembre, i sopravvissuti vengono imbarcati a bordo della Dauphine</i>.  

Illustration: Le Courier de l’Europe</i>, vol. 1, no 23, 19 août 1777. Londres : E. Cox. p.179  
© Source gallica.bnf.fr / BnF

Di nuovo sulla terraferma

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Dopo una traversata estenuante, raggiungono l’Île de France il 14 dicembre, dove approdoano sani e salvi, ponendo così fine a oltre quindici anni di sopravvivenza e isolamento.
Al loro arrivo, le donne vengono dichiarate libere, poiché il loro status di schiave è reso nullo dalle condizioni clandestine del loro acquisto. Il giorno dopo, il bambino viene battezzato e chiamato Moyse.

Illustrazione (sinistra) : Acte de baptême de Jacques Moyse le 15 décembre 1776 (n°907)
© (sinistra)Archives de l’île de France, registre paroissial des baptêmes de Port-Louis, décembre 1776, p.83

Una pagina di storia

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Questa storia contribuì a risvegliare le coscienze e ad alimentare le riflessioni che portarono all'abolizione della schiavitù, abolita una prima volta in Francia nel 1794, poi definitivamente nel 1848. Fu ripresa da numerosi scrittori e pensatori, come l'abate Raynal, Condorcet e l'abate Rochon.

Il lavoro di ricerca svolto ci insegna che, sradicati, tagliati fuori dal mondo e nella più totale indigenza, i sopravvissuti hanno utilizzato le rare risorse disponibili per sopravvivere, per poi ricostruire una piccola società con una volontà, una forza vitale e una resilienza che suscitano ammirazione. Hanno così riconquistato, quasi per sfida, la dignità e l'umanità che erano state loro negate.

Da allora, l'isola è stata chiamata Tromelin, imprimendo nel suo stesso nome il ricordo di questa tragedia umana a lungo taciuta e del suo impatto storico.

Illustrazione (sinistra) : Condorcet, Réflexions sur l’esclavage des Negres, Neufchâtel : chez la Société typographique, 1781
© (sinistra)Source gallica.bnf.fr / BnF
Illustrazione (a destra) : Henri Bourde de La Rogerie, Les bretons aux îles de France et de Bourbon au XVIIe et au XVIIIe siècle, 1934, p.242 
© (a destra) Source gallica.bnf.fr / BnF